“Una lettera dal futuro” di Simona Pecoraro, 3H

///“Una lettera dal futuro” di Simona Pecoraro, 3H

Palermo, 16 aprile 2050.

 

Caro P.,

 

Mi ritrovo a scriverti questa lettera, il che può apparire come una cosa “vecchio stampo”, “vintage”, come diresti tu, tanto amante di quei colori un po’ trasandati, quelle sfumature invecchiate, ma è un espediente che uso proprio per parlare del passato. Ma mi sento in dovere di darti delle spiegazioni, che mi hai sempre chiesto, che non ti ho mai fornito adeguatamente.

Ora, come ben sai, mi ritrovo nella mia vecchia casa a Palermo e osservo il piccolo giardino della chiesa ormai abbandonata dietro la palazzina dalle vetrate del soggiorno, accompagnata da una malinconica sonata al pianoforte, e respiro libertà. Nel mentre mi tornano in mente, tutte in un momento, come un turbine, le sensazioni che ho provato quando questa libertà mi è stata portata via.

Chiudo gli occhi, improvvisamente ho di nuovo 16 anni e mi vedo seduta in quella pedana di legno rovinato, il viso coperto dalla mascherina che a stento mi fa respirare. Penso a quando finirà, se davvero finirà. Penso anche a come è iniziata.

È la violenza del virus, che all’improvviso ci ha chiuso in casa ed ha imposto al Governo norme anti-contagio. Un organismo tanto microscopico quanto capace di sovvertire un’intera società.

Ricordo il momento in cui realizzai veramente cosa stava succedendo, e ricordo bene come quel blocco che avevo al petto pian piano arrivò alle lacrime e scoppiai. Le immagini di tutto quello che sarebbe potuto succedere, che sarebbe dovuto succedere, che mi scorrevano davanti agli occhi e che scorrevano via insieme alle lacrime. Lacrime che mi offuscavano la vista, non vedevo nulla. Sai benissimo che sono una persona che ha bisogno di vivere, di vedere, di sperimentare, di provare. Mi ritrovai sola con i miei pensieri, a condividere di nuovo le sensazioni di familiarità all’interno del nucleo domestico pre-tecnologico, a riscoprire la noia, a scervellarmi per trovare un distacco da tutto, fingendo che tutto fosse normale.

Ma non lo era, era unico, anormale. Proprio quella che noi definivamo normalità, di cui tanto ci lamentavamo, strappataci da un giorno all’altro, e noi travolti come se avessimo ricevuto un’ingiusta sentenza di prigionia. Costretti a subire il peso dei problemi dei miei genitori, senza ormai nessuna fonte di reddito. A ripercorrere la strada dal soggiorno alla mia camera decine di volte al giorno. Quasi mi rimproveravo di aver vissuto una vita normale fino alla vigilia della quarantena, ad immaginare le feste che i genitori incauti avevano organizzato per i miei amici, suscitando lo sconcerto delle nostre famiglie che con grande difficoltà riuscivano a convincerci di non essere esagerati o paranoici se ci proibivano di andare. Quasi rimpiangevo la reazione entusiastica generale quando ci avevano comunicato che le scuole sarebbero state chiuse per due settimane.

Quanti sogni infranti, quante possibilità sfumate. Ricordo che dall’inizio della quarantena a pochi mesi dopo mi sarei dovuta trasferire per un anno negli Stati Uniti, il mio grande sogno. Ricordo come, pian piano, la consapevolezza di non poterlo realizzare, mi aveva assalita, come avevo realizzato, l’1 maggio del 2020, leggendo quella mail dell’associazione che mi avrebbe permesso di segnare una tappa importante della mia vita con un’esperienza del genere, che mesi di sacrifici erano stati vani, e quanto mi sentii sfortunata, vuota.

 

Col passare del tempo i contorni della vicenda iniziavano a diventare più nitidi, come se le lacrime pian piano smettessero di sgorgare, facendomi forza e arrivando alla convivenza con questa situazione. Imparai a crearmi i miei momenti di libertà, passeggiando il cane in quel piccolo giardino insieme ad un mio coetaneo nonché amico, sdraiandomi in  balcone, riscaldata dai raggi del sole che di giorno in giorno diventavano più caldi, segnando l’arrivo della primavera e poi dell’estate, leggendo come non facevo da tanto.

In quei momenti imparai a trovare la pace, la tranquillità. A convivere con la mancanza e con la tristezza. Se prima la mia angoscia per il futuro riguardava la mancanza di lavoro e la possibilità di cercarlo fuori dall’Italia, lì avevamo iniziato a dubitare del futuro stesso e, talvolta, della reale affidabilità degli adulti.

Ricordo come presi consapevolezza del potenziale della nostre generazione, come siamo riusciti a fare tanti sacrifici che quasi ne rimasi stupita.
Una persona, in particolare, mi stupì per tanta fermezza. Durante quei mesi di pandemia, infatti, conobbi il mio primo ragazzo. Ricordo che resisteva per me, che tratteneva parole che avrebbe voluto dedicarmi, perché secondo lui erano sprecate se dette attraverso un telefono. Come stava tranquillo quando lo pregavo di venirmi a trovare, tranquillizzandomi e chiedendomi dolcemente di resistere e insegnandomi a essere forte. E lì la mancanza era forte, non come quando non vedi qualcuno da tanto tempo, ma come quando senti la necessità di averlo al tuo fianco.

Ricordo che, col passare del tempo, iniziai a sperare, tanto. A vedere speranza nascere da ogni dove. A vedere come potevamo veramente risollevarci.

Tra una videolezione, una maratona su Netflix e una nottata alla playstation, si faceva avanti il desiderio di altro: di giustizia, di rispetto, di un mondo in cui gli esseri umani possano vivere in armonia e senza paura. Quando finalmente tornammo ad abbracciarci, i nostri abbracci furono più autentici e le nostre azioni più responsabili.

Mi perdonerai sicuramente per essermi dilungata, ma sai che è un argomento che mi tocca nel profondo, anche a distanza di trent’anni, e sai quanto odi la superficialità che ho imparato a superare soltanto in tempi come quelli. Spero solo che tu impari la vera importanza delle cose, perchè, anche se può sembrare una frase detta e ridetta, non sai mai cosa aspettarti dalla vita, che spero riservi tanta fortuna per te.

 

Per sempre tua,

Mamma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2020-04-23T12:51:21+00:00